Storia

Il fascismo

Il contesto storico da cui trae origine la tragica vicenda degli I.M.I. è quello che vede l’Italia fascista partecipare al Secondo Conflitto Mondiale, a fianco della Germania nazista.

Il fascismo nasce a Milano il 23 marzo 1919 per volere dell’ex socialista Benito Mussolini, nel periodo di crisi dell’immediato dopoguerra, come “Movimento dei Fasci di combattimento”. Si propone come erede della tradizione sindacalista-rivoluzionaria e di quella nazionalista e, come dice il nome, fa del combattentismo un elemento costitutivo del Movimento stesso.

Mussolini e fondatori fasci

Mussolini e i fondatori dei fasci di combattimento

Inizialmente il “Movimento” non gode di alcun credito e viene pesantemente sconfitto alle elezioni generali del 1919, ma, cessata fin dall’autunno del 1920 l’influenza politica di D’Annunzio destinato entro breve termine a concludere la sua «Reggenza del Carnaro», il fascismo ne raccoglie l’eredità ideologica affermandosi nelle campagne della Val Padana, dell’Emilia e della Toscana attraverso lo squadrismo, sostenuto dai proprietari, dagli affittuari e dai piccoli commercianti, esasperati dall’aggressività delle organizzazioni socialiste. È il culmine del cosiddetto “biennio rosso” che si conclude con la fine dell’occupazione delle fabbriche lasciando spazio alla reazione, caratterizzata dalla violenza con cui le squadre fasciste distruggono le sedi delle Leghe, delle Cooperative socialiste e poi anche quelle del Partito Cattolico Popolare, sorto anch’esso nel 1919.

Ben presto il fascismo si afferma anche nelle città, in particolare dell’Italia settentrionale e centrale, trovando consenso fra gli industriali e soprattutto nella piccola borghesia. E’ infatti nei centri urbani che viene manifestata apertamente l’opposizione alle imposte elevate, agli alti salari rivendicati, agli scioperi e all’indisciplina degli operai. Sono quindi viste con favore la possibile fine delle imposizioni delle Leghe, della concorrenza delle Cooperative, la cessazione della paura della rivoluzione e la libertà di poter valorizzare la guerra combattuta e vinta.

Nel gennaio del 1921, sulla spinta della Terza internazionale comunista, nasce il Partito Comunista d’Italia dalla scissione del Partito Socialista, e nel novembre dello stesso anno, il movimento fascista si costituisce in partito dando origine al Partito Nazionale Fascista (P.N.F.): è l’affermazione del potere del leader sui Capi emergenti dello squadrismo locale. Mussolini, usando contemporaneamente le armi legali e quelle illegali, si presenta alle classi dirigenti liberali come l’unico in grado di incanalare il fascismo nella legalità.

Nel 1922 questa tattica viene coronata da pieno successo. In seguito alla marcia su Roma del 28 ottobre, il Re convoca Benito Mussolini per presiedere un Governo di coalizione. Gli storici fanno iniziare la dittatura del fascismo dal 3 gennaio 1925, con il famoso discorso alla Camera in cui Mussolini si assume la responsabilità «politica, morale e storica» del delitto Matteotti.

Infatti, sono le leggi «fascistissime» del 1925-26 a decretarne la struttura e a trasformare l’incerto liberalismo dello Statuto Albertino in un Regime totalitario, ovvero: P.N.F. come unico partito politico, istituzione del tribunale speciale, ripristino della pena di morte e del confino, soppressione delle libertà di associazione e di stampa e delle autonomie locali, responsabilità del Primo Ministro davanti al Re e non al Parlamento.

Viene creato il «Gran Consiglio del fascismo» come supremo organo del Partito che dal 1928 diviene supremo organo dello Stato con il compito di indicare i parlamentari, che vengono quindi sottratti alla scelta dei cittadini chiamati soltanto attraverso un referendum ad approvare (con scheda tricolore) o smentire (con scheda bianca) tale indicazione.

Leggi razziali Italia

Leggi razziali fasciste

Nel 1938 avviene la svolta apertamente razzista del fascismo con l’introduzione delle leggi razziali che discriminano gli Ebrei escludendoli da ogni ufficio pubblico, vietandone l’attività professionale e impedendo i matrimoni misti. Ancor più grave sarà, in seguito, la responsabilità della Repubblica Sociale che dal 1943 contribuirà all’arresto degli Ebrei e alla loro deportazione nei campi di sterminio nazisti.

Se è la privazione delle libertà democratiche che caratterizza il regime, ancora più funesto si prospetta il futuro degli Italiani a causa della politica estera del Duce che porta la Nazione verso la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, da cui avrà origine anche la tragedia degli I.M.I..

Dopo un periodo in cui Mussolini cerca di accreditarsi a livello internazionale sulla scorta delle alleanze della Prima Guerra Mondiale, recitando un ruolo di moderazione, egli intraprende, nel 1935, una guerra coloniale contro l’Etiopia e, conseguentemente alle sanzioni della Società delle Nazioni, esaspera il nazionalismo iniziando l’avvicinamento alla Germania di Hitler da cui, fino ad allora, aveva preso le distanze.

Guernica

Pablo Picasso, “Guernica”

La partecipazione, nel 1936, unitamente alla Germania, alla guerra civile di Spagna, in appoggio al Generale Francisco Franco insorto contro il Governo di Madrid, rafforza i legami tra i due dittatori e nasce l’«asse Roma-Berlino». L’uscita dalla Società delle Nazioni e l’adesione al patto anti-Comintern, nel 1937, aggregano sempre di più l’Italia fascista alla Germania nazista. L’atteggiamento viene confermato, nel 1938, dall’accettazione dell’annessione dell’Austria da parte della Germania e dalla mediazione del Duce a favore delle richieste di Hitler, nella conferenza di Monaco sui Sudeti.

Quando, nel 1939, l’esercito tedesco occupa anche la Boemia e la Moravia, in disprezzo degli accordi presi a Monaco, Mussolini si annette l’Albania e il 22 maggio stringe con Hitler il «Patto d’acciaio», che lega il destino dell’Italia a quello della Germania. Il 1 settembre, allo scoppio del conflitto mondiale, il Duce dichiara la «non belligeranza» dell’Italia, ma una volta resosi conto dei rapidi successi del Fürer, il 10 giugno 1940 entra in guerra contro la Francia.

Il nazismo

Se del fascismo è la responsabilità di avere trascinato in guerra l’Italia, del nazismo è la tremenda paternità dello scoppio del Secondo Conflitto Mondiale.

La precaria stabilità della Repubblica di Weimar (nata dal crollo della Germania guglielmina dopo la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale), pervasa dal clima di frustrazione nazionale e dall’estremo disagio economico-sociale del dopoguerra, viene definitivamente compromessa dalla crisi del 1929, le cui conseguenze sono particolarmente pesanti per la Germania, privata anche degli aiuti statunitensi del piano Dawes. Il governo Brüning, per ovviare alla mancanza di una maggioranza effettiva, è costretto a ricorrere spesso all’art. 48 della Costituzione, che consente al Cancelliere di legiferare senza il controllo del Parlamento. Si apre così la strada a soluzioni autoritarie pur in ambito legalitario.

È in questo contesto che si attua la fulminea ascesa del partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi (N.S.D.A.P.), che passa dal 2% dei voti alle elezioni del 1928, al 18,3% nel 1930, per arrivare al 37% nel 1932. Il 30 gennaio del 1933 il Presidente della Repubblica Hindenburg conferisce ad Hitler la carica di Cancelliere. A questo successo contribuiscono sia le divisioni all’interno della sinistra, tra socialdemocratici e comunisti, sia l’appoggio ricevuto dalle formazioni di destra, come il Partito Popolare Nazionale Tedesco (D.N.V.P.), e da importanti settori dell’Esercito che, sottovalutando la N.S.D.A.P., si illudono di poterla utilizzare a proprio vantaggio. Tuttavia, la vera chiave del successo del nazismo è il nazionalismo che, alimentando la volontà di riscossa, riesce a far presa su un popolo umiliato dalla “pace punitiva” del 1918 imposta dalla Francia.

Putsch Monaco

Putsch di Monaco

Il fallimento del “Putsch di Monaco” nel 1923, aveva convinto Hitler della necessità di agire secondo una tattica legalitaria che, unita ad un’efficiente organizzazione paramilitare della violenza, sul modello del fascismo italiano, e ad un’abile propaganda, riesce a consentirgli di arrivare legalmente al potere. Nel 1940 Joseph Goebbels, l’ideologo del nazismo, dirà: «Il giuramento di fedeltà alle leggi era soltanto un espediente. Volevamo arrivare legalmente al potere, ma non volevamo usarlo legalmente». Infatti la violenza politica, diffusa e sistematica, voluta dai vertici del Partito, costituirà la caratteristica essenziale della N.S.D.A.P., organizzata secondo un criterio gerarchico di obbedienza cieca ed assoluta al Führer Adolf Hitler. Gli Ebrei, i socialisti e i comunisti, portatori di ideologie antinazionali e classiste, vengono additati come responsabili della disastrosa condizione della Germania.

Le S.A. (Sturm Abteilungen, “Reparti d’Assalto”), create nel 1921, agli ordini dell’ex Capitano dell’Esercito Ernst Röhm, sono le protagoniste della violenza esercitata soprattutto nei confronti di socialisti e comunisti, mentre le S.S. (Schutzstaffeln, “milizie di protezione”, dal 1929 sotto il comando di Heinrich Himmler) costituiscono la guardia del corpo di Hitler. Nel Mein Kampf (“La mia battaglia”), libro scritto in carcere dopo il fallito “Putsch di Monaco”, Hitler aveva delineato la sua ideologia nazionalista e razzista, basata sull’antisemitismo: l’ebreo «popolo senza spazio», «parassita» ed «eterna sanguisuga» contaminava la “razza” superiore «ariana» a cui apparteneva il popolo germanico, che aveva bisogno di un Lebensraum (“spazio vitale”) in cui vivere, preservandosi dalla contaminazione con “razze” inferiori. Postulando la necessità di una grande Drang nach Osten (“spinta verso Est”) e della realizzazione del «pangermanesimo», tanto caro all’impero guglielmino, nell’ottica di un «nuovo ordine europeo», Hitler stabiliva i tratti caratteristici di quella che sarebbe stata la politica estera della Germania nazista.

Sorprendente è la rapidità con cui i nazisti realizzano un regime dittatoriale. In soli sei mesi, servendosi della decretazione d’urgenza, già ampiamente usata negli ultimi anni della Repubblica di Weimar, Hitler riesce a farsi dare dal Parlamento i pieni poteri, mentre le S.A. scatenano il terrore completando la cancellazione della democrazia. Il 27 febbraio 1933 l’incendio del Reichstag, attribuito ai comunisti, fornisce il pretesto per arrestare i principali esponenti di questo Partito. Hindenburg firma un decreto che sopprime a tempo indeterminato i fondamentali diritti costituzionali (libertà di stampa, di associazione, di opinione) concedendo al governo anche il controllo sui telefoni e la possibilità di violare il segreto epistolare.

Malgrado il successo alle elezioni del marzo con il 44% dei voti non consenta ad Hitler di avere la maggioranza assoluta e lo costringa a formare un altro governo di coalizione con il Partito Nazional-Popolare, egli riesce a far votare al Parlamento, privato di una buona parte dei componenti dell’opposizione, arrestati in precedenza, una legge che conferisce i pieni poteri al Governo. Al Cancelliere si riconosce la gestione dei trattati internazionali e la facoltà di firmare decreti al posto del Presidente.

Himmler visita Dachau

Himmler visita il Campo di concentramento di Dachau

Nel frattempo Himmler apre a Dachau il primo Campo di concentramento per gli oppositori politici, dando vita ad un sistema concentrazionario gestito direttamente dalle S.S., autonomo e sottratto al controllo della legge. Una volta ottenuti gli strumenti legali per imporre la propria volontà, Hitler procede rapidamente a “normalizzare” il Paese eliminando le opposizioni. Già in luglio il Partito Nazionalsocialista è l’unico consentito in Germania e tutte le istituzioni pubbliche e private vengono sottoposte al controllo della N.S.D.A.P., che ormai si identifica con lo Stato. Si tratta ora di consolidare il potere rassicurando gli alleati e gli ambienti conservatori, soprattutto le Forze Armate spesso in conflitto con le S.A., che ormai costituiscono un esercito privato alternativo a quello statale, tanto più che Röhm invoca una «seconda ondata» rivoluzionaria contro i poteri forti dell’economia e della società.

Hitler allora rafforza l’alleanza con le Forze Armate dichiarando la Wehrmacht unico organismo militare della nazione ed in cambio l’Esercito assume come emblema la svastica. Ma il Cancelliere non si limita a questo. Nella notte del 30 giugno 1934 (passata alla storia come “Notte dei lunghi coltelli”), Reparti di S.S. assassinano Röhm e tutto lo Stato Maggiore delle S.A., oltre ad altri avversari politici di Hitler. La contropartita è l’assenso da parte delle Forze Armate alla successione del Führer ad Hindemburg, che avviene nell’agosto del 1934, quando muore l’anziano generale. Hitler assume allora anche la carica di Presidente della Repubblica e la Wehrmacht adotta un nuovo giuramento che obbliga all’obbedienza al Führer. Il 19 agosto un referendum plebiscitario riconosce la fusione delle cariche di Capo dello Stato, del Governo, del Partito nella persona di Hitler, dando vita così al Terzo Reich e al Führerprinzip («il principio del capo»).

Il sistema nazista si caratterizza da subito come sistema di dominio attuando una repressione violenta degli oppositori e di coloro che non rientrano nei canoni dei cittadini razzialmente puri. L’allineamento della Magistratura all’ideologia del regime, la reintroduzione della pena di morte e l’efficiente operato della Gestapo (polizia segreta di Stato) e delle S.S., entrambe sottoposte alle direttive di Himmler, costituiscono gli strumenti del controllo sulla popolazione. Nei Campi di concentramento finiscono gli avversari politici e gli Ebrei, ma anche i vagabondi, gli immigrati, gli “asociali”, gli omosessuali, gli Zingari, i Testimoni di Geova, i criminali comuni. La politica razziale è senz’altro il segno distintivo del nazismo, politica caratterizzata sia dal sostegno all’incremento demografico finalizzato ad obiettivi militari, come aveva fatto il fascismo, sia dalla persecuzione degli Ebrei. La politica demografica comporta, come nel fascismo, la funzione subalterna della donna che, invitata a dedicarsi esclusivamente alla famiglia, viene esclusa dai diritti politici e civili (le ragazze non possono superare il 10% del totale degli studenti universitari).

Adunata di Norimberga

La persecuzione degli Ebrei inizia con l’avvento al potere di Hitler: già il 28 marzo 1933 inizia il boicottaggio dei loro negozi e a fine aprile già 37.000 ebrei lasciano la Germania. Nel 1935 le leggi di Norimberga privano tutti gli Ebrei dei diritti civili e nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1938 (la “Notte dei cristalli”), più di 7.000 negozi vengono saccheggiati, 91 persone assassinate, 200 sinagoghe incendiate e circa 26.000 Ebrei finiscono internati in Campi di concentramento. Prima della guerra 300.000 Ebrei emigrano dalla Germania, altri 250.000 dall’Austria e 25.000 dai Sudeti; tra costoro figurano 24 premi Nobel e tante personalità che avevano nobilitato la Germania nei diversi campi dell’arte e della scienza. Con la guerra e con l’invasione dell’Unione sovietica inizierà la “soluzione finale”, cioè il vero e proprio genocidio degli Ebrei.

La politica estera del nazismo, se da un lato riesce ad assicurarsi il consenso della popolazione con i primi successi militari, dall’altro ha come conseguenza lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. La volontà di riscatto dalla sconfitta nella Prima Guerra, e soprattutto dalla pace punitiva, viene soddisfatta da una politica estera aggressiva che mette in discussione quanto stabilito a Versailles e procede a continue annessioni territoriali. L’espansionismo di Hitler viene agevolato sia dalla tolleranza di Francia e Gran Bretagna, che in nome dell’appeasement (acquiescenza per salvare la pace) non reagiscono all’escalation di Hitler, sia dall’appoggio di Mussolini che, ancora ostile al Führer nella conferenza di Stresa del 1935, si unisce al dittatore nazista dal 1936 dando vita all’Asse Roma-Berlino. Dopo aver fatto uscire la Germania dalla Società delle Nazioni fin dal 1933, Hitler ripristina la leva obbligatoria nel 1935, portando l’esercito a 500.000 uomini, e nel 1936 lo fa entrare in Renania, che doveva restare smilitarizzata.

Conferenza Monaco

Conferenza di Monaco

Nel 1938 l’Austria viene annessa al Reich (nel 1934 Mussolini l’aveva impedito), e nello stesso anno la conferenza di Monaco concede alla Germania i Sudeti, in cambio della rinuncia di Hitler all’invasione della Cecoslovacchia, che invece avviene nel marzo del 1939. In maggio viene firmato il “Patto d’acciaio” con l’Italia e in agosto quello di “non aggressione” con l’Unione sovietica; quando, in seguito alla rivendicazione del corridoio di Danzica, viene aggredita la Polonia il primo settembre del 1939, Francia e Inghilterra non stanno più a guardare e scoppia la Seconda Guerra Mondiale.

L’Italia nella Seconda Guerra Mondiale (1940-1945)

Mussolini, dopo aver dichiarato la «non belligeranza» dell’Italia, una volta constatata la facilità con cui le truppe tedesche hanno occupato Polonia, Danimarca, Norvegia, Lussemburgo, Olanda, Belgio e stanno per impossessarsi anche della Francia, decide per l’intervento il 10 giugno 1940.

Infatti, temendo di non partecipare al conflitto, che si ipotizzava breve, malgrado fosse a conoscenza dell’impreparazione delle Forze Armate, dovuta all’inadeguatezza dei mezzi a disposizione a causa della partecipazione alle guerre d’Etiopia e di Spagna precedentemente combattute, stabilisce ugualmente che l’Italia entri in guerra.

Italia in guerra

Dopo l’attacco alla Francia, già sconfitta dai Tedeschi, Mussolini si accinge ad aggredire la Grecia che viene attaccata il 28 ottobre 1940 (anniversario della marcia su Roma). L’aggressione alla Grecia rispecchia la logica della spartizione delle sfere di influenza tra Tedeschi e Italiani: alla Germania lo spazio vitale ad Est e all’Italia il bacino del Mediterraneo. La famosa frase «spezzeremo le reni alla Grecia» di Mussolini si traduce ben presto in un insuccesso per gli Italiani che vengono respinti in Albania. La cosiddetta “guerra parallela” finisce appena cominciata a causa della necessità dell’intervento tedesco, non solo in Grecia ma anche in Africa, dove le truppe italiane hanno attaccato gli Inglesi in Egitto, partendo dai possedimenti in Libia.

L’aiuto dei Tedeschi, che permette di risolvere in breve tempo la campagna di Grecia, pone da subito l’Esercito italiano in condizioni di subordinazione rispetto all’alleato, subordinazione determinata anche dalla netta superiorità dei mezzi a disposizione dell’esercito tedesco. La conquista della Grecia viene preceduta dall’occupazione della Jugoslavia da parte delle truppe italo-tedesche, e nel giugno del 1941 Hitler dà il via all’Operazione Barbarossa attaccando l’Unione Sovietica e giungendo a pochi chilometri da Mosca.

Agli inizi del 1942 le potenze “dell’Asse” controllano gran parte dell’Europa. Anche in Russia Mussolini vuol essere presente e invia un Corpo di spedizione che va via via aumentando di numero. La campagna di Russia, se per l’Esercito tedesco, sconfitto a Stalingrado, è l’inizio della fine, per quello italiano rappresenta una delle pagine più tragiche della sua storia, a causa della tremenda ritirata invernale sul Don, in cui perde la vita circa la metà dei più di 200.000 soldati inviati sul fronte russo. La sconfitta italo-tedesca di El Alamein in Africa nel novembre del 1942, spalanca le porte allo sbarco in Italia degli Anglo-Americani e prepara la caduta di Mussolini.

Ritirata Russia

Ritirata di Russia

Nel marzo del 1943 gli scioperi nelle grandi fabbriche italiane rappresentano la prima sfida alla dittatura e una delle cause scatenanti del crollo del regime fascista, che avviene dopo lo sbarco in Sicilia degli Anglo-Americani il 10 luglio e dopo il primo bombardamento di Roma, il 19 dello stesso mese.

È il Gran Consiglio del fascismo a decretare la fine del Governo Mussolini il 25 luglio 1943 ed è il Re a disporre l’arresto del Duce lo stesso giorno e ad affidare il Governo al Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio. Ma il Generale non denuncia l’alleanza con i nazisti e proclama la continuazione della guerra a fianco dell’alleato germanico, mentre cerca di negoziare segretamente la pace con gli Alleati, sostituendo di fatto la dittatura fascista con una di stampo monarchico. Non vengono abolite le leggi razziali (anche se non vengono attuate), non viene abolita la censura sulla stampa e non viene permessa la costituzione legale dei Partiti.

Nell’agosto del 1943 una nuova ondata di scioperi coinvolge le città industriali del Nord e si ottiene la scarcerazione di tutti i prigionieri politici. Il 3 settembre gli Alleati sbarcano in Calabria e viene firmato a Cassibile (Siracusa) l’armistizio che Badoglio annuncia alla radio solo l’8 settembre. La notte stessa Badoglio e il Re fuggono a Brindisi, in territorio già libero dalle truppe tedesche, abbandonando ad un destino infausto il resto d’Italia e le Forze Armate.

Firma Armistizio

Firma dell’Armistizio a Cassibile (Sicilia)

L’Italia è spaccata in due: in Puglia il Re e Badoglio costituiscono il “Regno del Sud”, sotto il controllo degli Alleati con i quali diverranno cobelligeranti contro i Tedeschi costituendo un nuovo Esercito, mentre il resto d’Italia da Salerno in su (Napoli si libererà da sola il 30 settembre) viene occupato dall’esercito tedesco. In questa parte d’Italia nasce la Resistenza con la costituzione, fin dal 9 settembre, del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) a Roma, cioè l’organo politico della guerra di liberazione, formato dai rappresentanti di sei Partiti: P.C.I., P.S.I.U.P., D.C., P.d’AZ., P.L.I., D.L., cioè Partito Comunista Italiano, Partito Socialista di Unità Proletaria, Democrazia Cristiana, Partito d’Azione, Partito Liberale Italiano e Democrazia del lavoro (che ha come leader Ivanoe Bonomi, il quale è anche il Presidente del C.L.N.). Le formazioni politiche genereranno delle brigate combattenti di diversa ispirazione ideologica, ma unite dalla lotta contro il nemico comune per ridare dignità all’Italia.

Drammatiche sono le vicende nei territori occupati dai Tedeschi che, dopo aver liberato Mussolini dalla prigionia sul Gran Sasso, lo pongono a capo di un rinato Stato fascista subordinato al loro controllo (la Repubblica Sociale Italiana con capitale a Salò sul lago di Garda). La lenta avanzata delle Truppe alleate porta alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo, ma contro i Tedeschi occupanti e contro i fascisti di Salò, che li appoggiano, si battono pure i partigiani (in una guerra che è anche civile) e inoltre il Corpo Italiano di Liberazione, cioè l’Esercito italiano cobelligerante nuovamente costituito nel Sud Italia.

Ma non c’è solo la Resistenza armata, che comunque scrive una pagina importante del riscatto della nostra Nazione compromessa dalle guerre di aggressione volute dal fascismo, nasce anche una Resistenza non armata ad opera dei soldati italiani catturati dopo l’8 settembre e deportati in 284 Lager tedeschi (gli I.M.I.). Invece coloro che in quella data si sono rifiutati di consegnare le armi, e che hanno resistito, vengono sterminati, come avviene per i quasi tremila Italiani della divisione Acqui a Cefalonia e per altri protagonisti di episodi di ribellione all’imposizione tedesca.

Il 13 ottobre viene formalizzata la dichiarazione di guerra alla Germania da parte del “Regno del Sud”. A Monte Lungo (Caserta), nel dicembre del 1943, il Corpo Italiano di liberazione riceve il battesimo del fuoco combattendo assieme alle Truppe anglo-americane. Lo sbarco ad Anzio degli Alleati, nel gennaio del 1944, non si traduce in una rapida avanzata verso Roma, che sarà liberata solamente il 4 giugno. In questa data il terzo Governo Badoglio, quello conseguente alla «svolta di Salerno», rassegna le dimissioni e nasce il governo dei sei Partiti del C.L.N. presieduto da Bonomi, mentre i poteri del Re vengono trasferiti al Principe ereditario Umberto, in veste di Luogotenente.

Sbarco Normandia

Sbarco Anglo-Americano in Normandia

Il 6 giugno lo sbarco in Normandia apre il vero secondo fronte che Stalin chiedeva da tempo, mentre quello italiano non vede un’avanzata altrettanto rapida di quella operata in Francia dagli Alleati. Infatti procede lentamente la marcia verso il Nord dell’Esercito anglo-americano con l’appoggio delle bande partigiane e dei reparti del ricostituito Esercito italiano. Molti partigiani di zone liberate si arruolano nei Corpi militari e continuano la lotta nei Gruppi di combattimento (vere e proprie Divisioni) Legnano, Cremona, Mantova, Folgore, Piceno, Friuli. L’11 agosto Firenze viene liberata dall’insurrezione dei partigiani, il giorno dopo arrivano gli Alleati e i Tedeschi si ritirano sulle colline.

L’offensiva dell’estate del 1944, scatenata su vasta scala dai partigiani, viene richiesta dal Generale Alexander, comandante delle Truppe alleate in Italia, per tenere impegnate le forze tedesche in modo che non possano essere spostate in rinforzo di quelle operanti sul suolo francese, in seguito allo sbarco in Normandia. Vengono liberati vasti territori in buona parte dell’Italia settentrionale e vengono create delle Repubbliche autonome amministrate secondo criteri democratici, prime esperienze di libertà e di autogoverno, come, ad esempio, quella della Val d’Ossola. Ma il fronte tedesco tiene e si scatenano i rastrellamenti e le rappresaglie. Il 12 agosto a Sant’Anna di Stazzema, nelle Alpi Apuane, circa 500 civili vengono massacrati; tra il 28 e il 30 settembre le S.S. circondano il paese di Marzabotto, nel bolognese, e fucilano tutti i 1.800 abitanti; il paese di Boves, nel cuneese, subisce ben due eccidi e due distruzioni.

A peggiorare la situazione dei combattenti si aggiunge il «proclama Alexander» che in novembre ordina ai partigiani di «cessare le operazioni su vasta scala» e «attendere nuove istruzioni…». L’annuncio, probabilmente dettato da motivazioni politiche (gli Anglo-Americani infatti non gradiscono che i partigiani si organizzino come forza militare dei C.L.N.), demoralizza i resistenti ai quali viene a mancare l’appoggio alleato. Al contrario, rinvigorisce i nazi-fascisti che intensificano i rastrellamenti e rioccupano le zone prima liberate, attuando sanguinose repressioni. In agosto, l’assunzione da parte del Generale Raffaele Cadorna del comando del Corpo Volontari della Libertà (cioè l’unificazione di tutte le forze partigiane sotto un unico comando, avvenuta già il 10 giugno 1944) risponde alle richieste alleate di sottoporre al comando di un militare di carriera le forze partigiane cresciute notevolmente di numero, anche se questa nomina costituirà una limitazione più che altro formale del ruolo dei due vice-Comandanti Longo e Parri (almeno fino all’arresto di quest’ultimo nel dicembre) che continuano a guidare le forze partigiane.

Liberazione

A conclusione del tremendo inverno del 1944, si arriva, nella primavera, allo sfondamento della «Linea Gotica» e il 25 aprile del 1945 il C.L.N.A.I. proclama l’insurrezione generale. Il 23 e il 24 erano insorte le prime città: Genova e Torino, Bologna era già stata liberata il 21. Mussolini, fallito l’incontro di mediazione con i rappresentanti del C.L.N.A.I. presso l’Arcivescovado di Milano in presenza del Cardinale Schuster, tenta inutilmente la fuga con i gerarchi fascisti aggregandosi ad una colonna tedesca in ritirata. Verrà catturato a Dongo, sul lago di Como, dai partigiani e fucilato il 28. Il 29 aprile a Caserta i Tedeschi firmano la resa incondizionata, che diventerà effettiva dal 2 maggio.