Tempio

 Il Tempio Nazionale dell’Internato Ignoto

Nel lungo viale che conduce al Tempio Nazionale dell’Internato Ignoto sono collocati trenta cippi in trachite con incisi nomi di persone, di luoghi e di Lager testimoni di drammatiche vicende.

Il Tempio, inaugurato il 3 settembre 1955, vuole ricordare il sacrificio di tutti i deportati e degli internati militari nei Campi di concentramento tedeschi.

Si accede al pronao (o atrio) attraverso tre cancelli di ferro battuto, a forma di filo spinato. All’interno sono collocate sulle due pareti otto grandi lapidi di marmo color amaranto che ricordano alcuni Campi di internamento: Czestokowa, Buchenwald, Dachau, Mauthausen, Wietzendorf, Fullen, Zeithain, Beniaminowo; quasi tremila piccole lapidi con incisi i nomi dei prigionieri e dei morti nei Lager nazisti contornano le due cappelle e l’atrio.

Nella cappella di sinistra si trova la tomba dell’Internato Ignoto, che custodisce le spoglie di un Internato prelevate da una fossa comune di Colonia (Germania) e collocate prima sull’Altare della Patria a Roma e poi trasferite solennemente a Padova nel 1953, come testimonianza e simbolo dei morti nei Campi di concentramento. Il sarcofago è sormontato da una scultura in cotto denominata “Cristo morto” di Mirko Vucetich.

Nella cappella di destra si trova la salma di don Giovanni Fortin, assieme a quella di alcuni I.M.I. morti nei Lager.

Il Tempio è in stile romanico, a forma di croce latina, molto sobrio e disadorno, come si conviene ad un Tempio-Ossario; tre navate, divise da belle colonne di marmo di Verona, offrono una panoramica della sua maestosità, volta tutta a valorizzare il grande Crocefisso absidale.

Interno

Il Tempio è riconosciuto come Sacrario-Ossario dallo Stato Italiano. La bandiera italiana, simbolo della Patria, sventola su un pennone alla cui base è inciso il motto dell’A.N.E.I.: “Mai più reticolati nel mondo“.

All’interno del Tempio nella navata sinistra si innalzano due altari. Il 1° altare è dedicato a san Massimiliano Kolbe, patrono di tutti i prigionieri (con dipinto del pittore fiorentino ex internato Pietro Ricci). Il frate francescano, nato nel 1894 a Zdunska Wola, nella Polonia occupata dalla Russia, si è offerto spontaneamente alla morte per sostituire un padre di famiglia destinato al “bunker della fame” nel Campo di concentramento di Auschwitz. Nel 2° altare c’è il gruppo scultoreo della “Pietà”, opera di Mirko Vucetich, realizzato grazie ad una sottoscrizione popolare in ricordo della principessa Mafalda di Savoia, figlia secondogenita del re Vittorio Emanuele III, perita a Buchenwald. L’immagine della Madonna che abbraccia Gesù rappresenta l’omaggio a tutte le madri colpite dalla perdita di un proprio caro.

Nell’abside, il grande Crocefisso che sovrasta l’altare maggiore è una pittura su legno realizzata da Mirko Vucetich, artista veronese di origine dalmata. L’opera, fortemente simbolica, è una trasposizione della drammatica vicenda dei deportati nei Lager. Il perizoma che circonda la parte inguinale del Cristo rappresenta le divise rigate degli internati; sul lato destro, guardando proprio all’altezza dell’anca, c’è un piccolo triangolo rosso come quello che i deportati politici portavano sulla casacca. Il pittore ha voluto ricordare come anche Gesù sia stato condannato per un “reato” politico, ossia per aver “attentato” alla sovranità di Roma. Ai piedi della Croce è rappresentato un atto di misericordia: un sacerdote cristiano con la stola e l’abito del prigioniero raccoglie con le mani il sangue di Cristo e lo riversa sul capo, coperto dall’elmetto, di un soldato tedesco; l’uomo sulla destra, un ebreo riconoscibile dal distintivo giallo con la stella di Davide, poggia una mano sulla spalla del soldato nazista, mentre con l’altra si copre il volto.

Sulla navata destra, si trova l’altare in onore di Edith Stein, filosofa carmelitana tedesca uccisa ad Auschwitz perché di origine ebraica. Ai lati dell’altare sono collocate due grandi lapidi con le urne di 185 italiani, esumati dal riquadro militare del cimitero di Most (Repubblica Ceca) e portati in Patria.

“Ricordare, imparare, non odiare”: queste parole, marcate su una vetrata del sacello dell’Internato Ignoto, riassumono tutto il significato del Tempio, riflesso di una memoria storica ed occasione di riflessione sulla sofferenza di tanti uomini e donne caduti nei Campi di concentramento nazisti; pur oppressi dalla fame, dal lavoro, dalle malattie e dalle torture, hanno avuto la forza di dire “NO!”.

L’internato Ignoto

Internato Ignoto

L’Associazione Nazionale ex Internati (A.N.E.I.), sotto la presidenza del senatore Paride Piasenti di Verona, decise di portare in Patria una salma, perché fosse testimone e simbolo dei morti nei Campi di concentramento nazisti.

La costruzione della tomba nell’erigendo Tempio fu commissionata a Mirko Vucetich di Vicenza.

La salma dell’Internato Ignoto fu prelevata da un cimitero di Colonia in Germania e collocata provvisoriamente sopra l’Altare della Patria a Roma. Al mattino del 5 settembre 1953 fu portata alla stazione Termini e, caricata in un vagone speciale, giunse a Padova verso le ore 16. Il prezioso carico venne accolto dalla popolazione che l’accompagnò al Tempio sito in località Terranegra, di cui erano stati costruiti soltanto la facciata ed il pronao.

Il giorno seguente, dopo essere stata vegliata per tutta la notte da madri e vedove di caduti, fu portata nel centro del piazzale dove l’arcivescovo militare mons. Carlo Alberto di Cavallerleone celebrò la S. Messa e commemorò i caduti nei campi di concentramento.

Da quel giorno il Sacrario fu meta di devotissime visite da parte dei reduci e delle famiglie dei caduti.

La Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria

Il 19 novembre 1997 è stata conferita all’Internato Ignoto la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria con la seguente motivazione:

“Militare fatto prigioniero o civile perseguitato per ragioni politiche o razziali, internato in campi di concentramento in condizioni di vita inumane, sottoposto a torture di ogni sorta, a lusinghe per convincerlo a collaborare con il nemico, non cedette mai, non ebbe incertezze, non scese a compromesso alcuno; per rimanere fedele all’onore di militare e di uomo, scelse eroicamente la terribile lenta agonia di fame, di stenti, di inenarrabili sofferenze fisiche e soprattutto morali.

Mai vinto e sempre coraggiosamente determinato, non venne meno ai suoi doveri nella consapevolezza che solo così la sua Patria un giorno avrebbe riacquistato la propria dignità di nazione libera.

A memoria di tutti gli internati il cui nome si è dissolto, ma il cui valore ancora oggi è esempio di redenzione per l’Italia”.

Don Giovanni Fortin (Fondatore del Tempio).

Profilo biografico.

Giovanni Fortin, figlio di Pietro e Teresa Girotto, nacque a San Cosma di Monselice il 23 agosto 1909. Completati gli studi nel Seminario di Padova, il 2 luglio 1933 fu consacrato sacerdote dal Vescovo Carlo Agostini.

Don Giovanni giunse a Terranegra il 7 gennaio 1938, in veste di vicario economo. Poco dopo,  il 31 marzo 1938 ebbe la nomina a parroco e l’incarico di costruire una chiesa più capiente. Egli diede inizio all’opera, tuttavia, l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania nazista, interruppe il proseguimento dei lavori.

La sera del 5 dicembre 1943 don Giovanni accolse in canonica 12 prigionieri (inglesi e neozelandesi) scappati da un Campo di prigionia; li sfamò con l’aiuto di alcune famiglie per 8 giorni e poi li indirizzò al Comitato di Liberazione di Venezia. Purtroppo però questo Comitato era un comitato fascista che faceva il doppio gioco. Perciò la mattina del 14 dicembre 1943 furono arrestate a Padova 20 persone che si erano prodigate per aiutare questi prigionieri; tra di esse vi era anche don Giovanni. Condotto a Venezia assieme agli altri, venne condannato a morte in quanto traditore della Patria per aver favorito il nemico procurandogli cibo, vestito e pane. Grazie all’intervento del Vescovo di Padova, la pena fu commutata in deportazione.

Don Giovanni rimase in carcere fino al 25 febbraio 1944. Quel giorno, assieme ai suoi co-imputati, fu inviato in Germania nel Campo di concentramento di Dachau, dove trascorse 16 mesi portando il conforto della fede a quanti, come lui, pativano la fame, il freddo, le malattie e le fatiche del lavoro.

Sopravvissuto, tornò in Italia il 24 giugno 1945 e volle che l’erigenda chiesa parrocchiale intitolata a San Gaetano Thiene fosse dedicata agli italiani morti nei Campi di internamento nazisti.

Mons. Giovanni Fortin morì il 16 settembre 1985, alle ore 11. Dal 23 aprile 2009, la salma di don Fortin riposa nel Sacello del Tempio da Lui fondato.